Monday, 17 August 2026

Storia del nuovo cognome

«Ti do una stanza, ti chiudi dentro».
«A che serve?».
Si strinse nelle spalle.
«A sapere che ci sei».

Nella primavera del 1966 Lila, in uno stato di grande agitazione, mi affidò una scatola di metallo che conteneva otto quaderni. Disse che non poteva più tenerli in casa, temeva che il marito li leggesse.
[incipit]

Ho capito solo in seguito che so essere quietamente infelice solo perché sono incapace di reazioni violente, le temo, preferisco restare immobile coltivando il rancore.

Per quanto mi dessi un tono spigliato e una disciplina ferrea, cedevo di continuo, con doloroso compiacimento, a ondate di infelicità.

Ricominciai a prendere in prestito i romanzi della biblioteca circolante, ne lessi uno dietro l’altro. Ma a lung’andare non mi giovarono. Proponevano vite intense, dialoghi profondi, un fantasma di realtà più avvincente della mia vita reale.

Oggi provo un certo disagio a rievocare quanto soffrii, non ho nessuna comprensione per la me stessa di allora.

Non ero capace di affidarmi a sentimenti veri. Non sapevo farmi trascinare oltre i limiti. Non possedevo quella potenza emotiva che aveva spinto Lila a fare di tutto per godersi quella giornata e quella nottata. Restavo indietro, in attesa. Lei invece si prendeva le cose, le voleva davvero, se ne appassionava, giocava al tutto o niente, e non temeva il disprezzo, lo scherno, gli sputi, le mazzate.


Storia del nuovo cognome, Elena Ferrante

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Storia del nuovo cognome

«Ti do una stanza, ti chiudi dentro». «A che serve?». Si strinse nelle spalle. «A sapere che ci sei».

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